Genere e lingua: si dice la ministro o la ministra?

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Genere e lingua: si dice la ministro o la ministra? 2016-10-13T18:04:42+00:00

 Genere e lingua: la ministro o la ministra?

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad alcuni cambiamenti della lingua italiana per adeguarsi ad una ritrovata sensibilità alle tematiche di genere. Nel momento in cui le donne hanno raggiunto quelle posizioni lavorative che in precedenza erano di assoluto monopolio maschile (soprattutto in campo politico), ci si è chiesti se fosse discriminatorio non declinare al femminile i termini che, ormai, non si riferivano più soltanto ad esseri umani di sesso maschile, ma anche femminile. Le regole grammaticali della lingua italiana stabiliscono che il genere grammaticale non si sceglie liberamente: aggettivi, pronomi, participi concordano in genere e numero con ciò a cui si riferiscono. Eppure, le regole grammaticali sono una cosa, l’uso comune, la cultura, la pragmatica della comunicazione un’altra. L’idea di declinare al femminile parole da sempre usate al maschile ha causato diversi grattacapi, si è assistito a strane creazioni lessicali come “la ministro” o “la sindaco”. l’Accademia della Crusca si è dovuta esprimere sulla correttezza, invece, di espressioni come la ministra o la sindaca se riferiti ad una donna con tale incarico. L’intento è stato da subito abbastanza palese, far passare l’idea che non esistono lavori maschili o femminili e che il riconoscimento di un ruolo sociale paritario per la donna dovesse riflettersi nell’uso di una corretta terminologia di genere. La lingua italiana, questo è il messaggio di fondo, riflette una cultura maschilista che è necessario cambiare ed adeguare ad una “nuova” cultura che non faccia distinzioni di genere. Ed in effetti, molti hanno abbracciato questi cambiamenti lessicali come l’avvio di un processo di civilizzazione dell’Italia in tema di diritti civili e di superamento di gravi pregiudizi culturali.

Ma da un punto di vista cognitivo questa operazione è efficace? L’uso del maschile, del femminile o di un genere neutro, plasma il modo in cui concepiamo il mondo?

L’ipotesi Sapir-Whorf

Secondo una celebre ipotesi emersa nella prima metà del Novecento da parte di due antropologi americani, Edward Sapir e Benjamin Whorf, la lingua ha il potere di plasmare la visione del mondo. Questa teoria è nota come principio di relatività linguistico. Ne sono derivate due differenti interpretazioni, da un lato una versione “forte” definita determinismo linguistico e dall’altro lato una versione “debole”. La prima risponderebbe senza ombra di dubbio che “se la grammatica di una lingua classifica i sostantivi in maschili e femminili, i parlandi sono costretti a concepire i maschi e le femmine come esseri di tipo radicalmente differente” (Shultz e Lavenda, 1999:84), ne consegue che si, un cambiamento grammaticale di una lingua dovrebbe riflettersi sui modelli di pensiero del popolo che la parla. Se, ad esempio, si utilizzasse come terza persona singolare un genere neutro e non più “lui” o “lei”, uomini e donne sarebbero trattate allo stesso modo. Numerose obiezioni si possono muovere al determinismo linguistico, prima fra tutte che anche popoli che parlano lingue (ad esempio il fulfulde) che segue la regola grammaticale del pronome neutro, hanno sviluppato modelli sociali di supremazia maschile, in secondo luogo che le persone bilingue dovrebbero sviluppare, secondo questa teoria, visioni completamente diverse e contradditorie della realtà a seconda della diversa grammatica della lingue che apprendono. Sappiamo dagli studi di psicologia e psichiatria che conciliare versioni tra loro in contrasto della realtà favorirebbe l’insorgere della schizofrenia. Allora i bilingui sono percentualmente più affetti da questo disturbo? Assolutamente no, questo dato è del tutto privo di riscontro scientifico. Per più ragioni, quindi, la versione forte di questa ipotesi è sbagliata. La versione “debole” afferma invece che “il genere grammaticale non determinerebbe un ordine sociale caratterizzato dalla supremazia maschile, ma ne faciliterebbe l’accettazione, perché la distinzione grammaticale farebbe apparire naturali la separazione e la disparità dei ruoli di genere” (Shultz e Lavenda, 1999:85). L’antropologia ha portato molti esempi di popoli e culture con differenze di genere linguistiche, ma al contempo strenui sostenitori della parità dei sessi, in contrasto, quindi, con quanto previsto dalla versione debole dell’ipotesi Sapir-Whorf. Possiamo concludere che se pure fosse vera accezione della teoria, la sua influenza sarebbe troppo marginale e subordinata ad altri fattori culturali e storici per essere presa in considerazione.

Conclusioni

Quindi, vi è una correlazione tra lingua e visione del mondo? Assolutamente si, ma è la lingua che riflette gli aspetti culturali del popolo che la parla ed è da essi influenzata. Si è molto ingenui nel pensare che basti cambiare una vocale per determinare un cambiamento culturale, al contrario sono i cambiamenti culturali che portano una lingua a modificarsi. La lingua non è un mero accumulo di regole grammaticali e di significati letterali delle parole, lo sa bene chiunque abbia provato a tradurre da un’altra lingua utilizzando google translator. Un’operazione di facciata, come quella dell’introduzione di termini al femminile, non è né necessaria né sufficiente perché si avvii un processo di riforma dei ruoli di genere, soprattutto se poi l’immagine atavica dell’uomo cacciatore e della donna angelo del focolaio è perpetuata non solo dalle innumerevoli pubblicità che ribadiscono i ruoli della donna/mamma che deve conoscere i prodotti dell’igiene della casa, della cucina e accudire i figli, e l’uomo/seduttore che possiede soldi, macchine, potere e donne come se fossero cose, ma anche da raccapriccianti politiche nazionali come l’iniziativa del fertility day . E’ più probabile che segni una svolta votare una donna come sindaco della capitale d’Italia, perché questo riflette davvero il superamento di un pregiudizio di genere, piuttosto che ci si sforzi di chiamarla sindaca. Pensateci bene, avete mai sentito un uomo dentista, camionista o guardia giurata lamentarsi di essere discriminato perché il suo lavoro è declinato al femminile?

Bibliografia

Schultz, Lavenda (1998), Antropologia Culturale, prima edizione italiana 1999, Zanichelli, Bologna.