Il tempo della psicoterapia

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Il tempo della psicoterapia 2016-10-13T19:16:36+00:00

Il tempo della psicoterapia

Paramentro del setting: “il quando”

Il “quando” è un parametro essenziale nel setting della psicoterapia e del colloquio psicologico. Fa parte di quel bagaglio di teorie di riferimento e di caratteristiche fisiche dello spazio di lavoro che ogni psicologo impara a gestire ed a pensare. “ E’ la cornice spazio-temporale che consente la dimensione dell’ascolto” (Montesarchio 2002a: 46). Si concretizza nella durata effettiva di ogni singolo colloquio, nella lunghezza complessiva di tutto il percorso, nel mantenimento di uno giorno ed un orario concordato, nelle pause istituzionalizzate (Montesarchio 2002b: 70-71). L’organizzazione ragionata del tempo permette di proteggere e istituire dei confini entro cui le emozioni possono essere comprese ed esplicitate. E’ inoltre una cornice che consente di ricavare dati analizzabili ed interpretabili: i ritardi, le sedute saltate, o le richieste di anticipare, sono tutto materiale su cui è possibile sviluppare un pensiero. Ma oltre a questi aspetti interni alla teoria ed alla prassi psicologica, l’attenzione al tempo è cruciale anche per i fruitori dell’offerta psicologica in generale e della psicoterapia nello specifico.

Uno dei quesiti che più frequentemente mi vengono posti durante un primo colloquio è: “Quanto tempo durerà la terapia?”. A questa domanda è spesso impossibile rispondere in modo preciso fin dal primo appuntamento (e quindi senza, ad esempio, una chiara e precisa diagnosi che è solitamente svolta nei primi incontri), ma spesso chi pone questa domanda sta anche implicitamente ponendo un altro quesito: “Guarirò?”. Non rispondere o rispondere in modo troppo vago alla prima esplicita domanda può alimentare la paura di sentirsi dire “No!” alla seconda implicita richiesta, e quindi c’è il rischio che si amplifichi il vissuto di angoscia presente in chi è in cerca di aiuto. Rispondere adeguatamente rimane però un compito molto arduo anche se si è ben consapevoli di queste implicazioni emotive. La prima difficoltà sta nello stabilire cosa si intenda per guarigione e quindi cosa voglia ottenere il cliente. In ambito medico è molto più chiaro cosa si intenda per guarigione, ossia la remissione del quadro sintomatologico fino alla sua completa scomparsa e quindi il ritorno ad una situazione pre-sintomo. E’ spesso questo il tipo di richiesta che il cliente fa nei primi colloqui. Ma il concetto di “guarigione” non è facilmente trasportabile in ambito psicologico. In psicoterapia tornare ad una condizione precedente il disagio significa inevitabilmente ristabilire le condizioni per le quali il sintomo si è sviluppato. Sarebbe come se, dotati di una macchina del tempo, tornassimo nel momento precedente l’insorgenza del problema e poi lasciassimo nuovamente il tempo scorrere in avanti verso l’inevitabile nuovo/vecchio disturbo.

Facciamo un esempio

Una coppia di sposi arriva da me dopo che lei ha scoperto un tradimento da parte del marito. Da quel momento la fiducia che li legava è andata persa e la moglie non riesce a dimenticare e/o perdonare, controlla ossessivamente il marito, guarda il suo cellulare, la sua posta, lo chiama molte volte al giorno per essere sicura che non sia con un’altra donna. Lei è sempre arrabbiata e si rende conto che sta rendendo la vita di entrambi un inferno. Il marito è pieno di sensi di colpa, dice di aver fatto un grave errore e se ne attribuisce tutta la responsabilità, ma allo stesso tempo non sa più come placare i dubbi della moglie. Quando arrivano in terapia mi chiedono esplicitamente di poter tornare come erano prima. “Si, ma…come prima quando? Al momento della scoperta del tradimento (il tradimento in sé non aveva portato alcun cambiamento nella loro vita) o prima che ci fosse stato un tradimento? O ancora prima, al momento in cui la loro relazione aveva iniziato a vacillare?”. Se avessi messo questa coppia sulla macchina del tempo e riavvolto il nastro fino al momento in cui il marito aveva scelto di andare con un’altra donna, cosa gli avrebbe impedito di fare tutto di nuovo? Per “guarire” questa relazione, era necessario capire, e soprattutto far capire loro, le cause che li avevano portati ad allontanarsi tanto da aver creato lo spazio emotivo per far entrare un’altra persona nella loro vita.

Obiettivo della psicoterapia

Ecco perché, un percorso di psicoterapia non si dovrebbe prefiggere l’obiettivo di una restitutio ad integrum[1], ma piuttosto di un cambiamento, di un balzo in avanti, di una modalità di sentire, pensare, comportarsi diversa dalla precedente, più consapevole ed equilibrata. Non può esistere consapevolezza se non si guarda al passato ed al presente, dimenticare o non pensare pone solo le basi perché la storia si ripeta in modo ciclico, è necessario invece apprendere dalla propria esperienza. Piuttosto che un ritorno al passato noto, in psicoterapia, si prospetta uno slancio verso un futuro ignoto.

Il tempo della psicoterapia è quindi fortemente connesso all’obiettivo della stessa, c’è da aggiungere che il sintomo spesso regredisce molto prima che la terapia sia terminata, mentre il cambiamento profondo e duraturo è un traguardo che necessità di lunghi periodi per essere conquistato. E’, in quest’ottica, un grave errore quello di interrompere le sedute non appena il sintomo si fa meno invadente, perché questo rappresenta solo la punta di quell’iceberg che rischia di rimanere sotto la superficie e riaffiorare nuovamente in futuro. In altri termini, se ci si limitasse a rispondere ad ogni richiesta di aiuto guardando semplicemente ai sintomi e non a ciò che li provoca, la prognosi sarebbe mediamente sempre data in termini di numero di sedute. Questo implica anche che più l’obiettivo è circoscritto su un sintomo specifico e più i tempi sono brevi. Il trattamento di una fobia specifica (ad esempio l’aracnofobia), che ha quindi un oggetto concreto e specifico su cui vengono riversate le proprie paure, richiede tempi molto più brevi del trattamento di un vago senso di insoddisfazione e tristezza, o dell’incapacità di avere relazioni soddisfacenti e durature, o di una scarsa autostima. In questi termini non è la tecnica (psicodinamica, cognitiva, strategica, ecc.) che determina la durata della psicoterapia, ma lo è l’obiettivo. Esistono, infatti, psicoterapie dinamiche brevi, così come psicoterapie cognitive a lungo termine.

Quando?

Il tempo della psicoterapia può essere inteso anche come il momento individuale in cui si decide di iniziare un percorso. L’età del cliente, il tempo trascorso da quando il disturbo si è manifestato, e la situazione attuale in cui vive sono tutti parametri che si devono considerare per valutare, anche se sommariamente, quali possono essere degli obiettivi raggiungibili e di conseguenza quanto a lungo durerà un percorso. Chiedere aiuto a 20 anni o a 60 pone prospettive e sfide diverse. Le persone più giovani sono spesso più inclini a considerare i cambiamenti in modo più positivo, perché li vivono quotidianamente e sono abituati ad essi. L’essere giovane solitamente presuppone che anche il disagio sia recente e che non si sia cristallizzato in comportamenti o pensieri inamovibili. Questo li rende più recettivi ad un percorso di psicoterapia non fondato sulla sola rimozione dei sintomi, ma sulla crescita. Le persone più anziane, soprattutto se soffrono di alcuni disagi da lungo periodo, hanno spesso costruito una vita sul sintomo (o sul suo evitamento) e hanno raggiunto una certa stabilità (economica, affettiva, famigliare) anche se a costo di aver trascurato, o peggiorato, il proprio disagio psichico. Per loro cambiare è molto più faticoso in termini di energie psichiche da spendere e di conseguenze da affrontare. Ci può quindi essere l’effetto paradossale per cui chi ha più possibilità di compiere grandi passi avanti rispetto alla propria crescita e ricchezza interiore decida di frequentare lo studio dello psicoterapeuta per molto più tempo di chi, con obiettivi più circoscritti e meno risorse psichiche, si limiti a saper gestire o alleggerire i propri sintomi.

Infine, e forse la correlazione più importante, il tempo della terapia è legata in modo indissolubile alle capacità introspettive ed alla motivazione di chi intraprende il percorso. L’età, la gravità del sintomo, la tecnica, sono un parametro molto meno indicativo dell’intelligenza e della capacità di mettersi in discussione, di osservarsi e di pensarsi.

Tempo negoziato

Voglio sottolineare un aspetto essenziale. Nella relazione terapeutica è inevitabile che il cliente abbia delle aspettative rispetto alla propria terapia: immagina, più o meno, dove vuole arrivare, ma non sa come farlo ed è quello che chiede all’esperto. Anche il terapeuta, ha delle aspettative, immagina più o meno, dove si potrebbe arrivare e propone spesso obiettivi diversi da quelli che l’altro gli aveva inizialmente portato. Entrambi si ricrederanno più volte rispetto a queste fantasie. Stipuleranno un contratto terapeutico, un’alleanza, per raggiungere obiettivi concordati che tengano conto delle capacità e delle possibilità di entrambi. Nessuno dei due potrà lavorare senza il supporto e la convinzione dell’altro. Il tempo della psicoterapia è un tempo negoziato a partire da una relazione, stabilirlo a priori vorrebbe dire non vedere l’altro come un individuo unico, ma solo come un ammasso di sintomi e problemi già conosciuti ed affrontati in passato.

Alla domanda iniziale “quanto tempo durerà la terapia?”, si potrebbe rispondere “durerà fino a quando ne avrai giovamento e fin dove tu vorrai arrivare”.   

Bibliografia

Gianni Montesarchio (a cura di)(2002a) “Colloquio in corso”, Franco Angeli, Milano Gianni Montesarchio (a cura di)(2002b) “Quattro crediti di colloquio”, Franco Angeli, Milano


[1] in medicina si parla di restitutio in integrum (più spesso ad integrum «restituzione all’integrità») con riferimento all’esito di un processo morboso, caratterizzato dalla guarigione completa dell’organo ammalato, con la scomparsa definitiva di tutti i fenomeni morbosi, senza reliquato anatomico o funzionale. www.treccani.it