Terapia di gruppo
a stampo gruppoanalitico
La prima domanda che mi viene posta quando propongo una terapia di gruppo è “Che
cosa è una terapia di gruppo?”. Un interrogativo a cui
spesso rispondo con imbarazzo dato che è per me difficile dare una risposta
secca, ma sono costretto a dare lunghe spiegazioni che possono far perdere di
vista le molte emozioni che si nascondono dietro quella domanda: paura del
confronto, senso di abbandono, ansia ecc. Ma anche quando credo di aver dato
una risposta soddisfacente senza perdere di vista quello che sta accadendo
nella relazione con il mio cliente, spesso vengo messo
nuovamente alla corda da una interrotta fila di domande: Perché lo propone a
me? Cosa si fa in una terapia di gruppo? Come posso sopportare di sentire i
problemi degli altri se ho già i miei? Perché dovrei avere dei benefici nel
parlare con altri che hanno problemi anche loro, piuttosto che parlare solo con
lei?
Tutte queste domande sono
lecite, perché non sono solo tentativi di razionalizzare un vissuto emotivo
spesso molto carico, ma esprimono anche la necessità di conoscere aspetti della
psicologia che sono poco divulgati e di cui si hanno spesso notizie
contradditorie e distorte. I film sono spesso le uniche occasioni nella quali si vede rappresentato un gruppo in situazioni
che appaiono terapeutiche, quasi sempre in modo stereotipato e superficiale. Si
fa, ad esempio, grande confusione tra i gruppi di mutuo-auto-aiuto
e i gruppi di psicoterapia e all’interno di questa categoria tra la
psicoterapia in gruppo, di gruppo o mediante il gruppo.
L’esempio più
classico dei gruppi di mutuo-auto-aiuto è quello degli
alcolisti anonimi (AA), nel quale non esiste un terapeuta, ma gli “anziani” del
gruppo si preoccupano di essere dei facilitatori dell’incontro. Quanti di noi
hanno in mente l’immagine degli AA e la frase rituale di apertura “Sono X e
sono Y anni che non bevo”. E’ una di quelle informazioni che rimangono nella
memoria collettiva, proprio perché colpisce l’aspetto rituale e quasi teatrale
della presentazione attraverso il tempo di astinenza dal sintomo. Colpisce
anche l’idea che il gruppo sia costituito da persone che hanno tutte lo stesso
identico problema, o per meglio dire, hanno tutti lo stesso sintomo, e che la
soluzione alla propria nevrosi sia la stessa di tutti gli altri presenti. Ma un
gruppo terapeutico analiticamente orientato non vive di rituali, al contrario
pensa, riflette ed analizza ogni aspetto del suo
esistere senza dare niente come definitivo. E’ fondamentale la presenza di un
terapeuta, ed ha delle regole grazie alle quali è possibile creare un clima che
prima ancora dell’interpretazione sia in grado di rendere terapeutica
l’esperienza. La presenza di alcune coordinate stabili serve per permettere
all’esperienza di avere una cornice e mettere i contenuti del quadro in primo
piano. Se la regola diventa un rituale cristallizzato e questo assorbe l’intero
scambio tra i partecipanti, allora si stanno perdendo di vista i contenuti per
il contenitore. Ne consegue, tra le altre cose, che non è necessario che il
gruppo sia omogeneo per sintomi, anche se può costituirsi su questa base per
ragioni pratiche. Può sembrare superfluo specificarlo, ma non basta che ci sia
un gruppo con un obiettivo specifico ed un moderatore
per definire terapeutico quello che avviene al suo interno, se fosse cosi anche
una riunione di condominio o una partita di pallone potrebbe essere considerata
una forma di terapia, ma dubito che chiunque di noi possa inserire il ricordo
di una di esse tra gli elementi terapeutici della propria vita. Da questo punto
di vista, i dubbi e le resistenze sollevate dai miei clienti, sono legittimi,
avendo loro in mente questo genere di situazioni gruppali, cosa potrebbero
ricavarne di buono da questa esperienza?
Il gruppo può rappresentare per
gli individui un luogo investito di speranze e di minacce poiché se da un lato
i singoli partecipanti possono trarre aiuto nel condividere l’esperienza con
gli altri, dall’altro, consentendo di rivivere il passato nel presente, possono
emergere nella relazione con gli altri sentimenti inconsci, spesso frutto del
vissuto familiare individuale. Pensare in termini di gruppo, infatti, può
essere sicuramente rassicurante se si pensa al sentimento di appartenenza e
quindi di identità che questo evoca, ma allo stesso
tempo può essere minaccioso se non addirittura angosciante, se invece ci si
sofferma sul problema altamente conflittuale che sempre il gruppo pone, e cioè
che per essere se stessi si deve necessariamente attraversare la possibile
diversità
Proverò quindi a
dare alcune indicazioni per fare chiarezza su un modello teorico che prevede la
presenza in terapia di un gruppo di persone e non solo di un individuo: la
gruppoanalisi. Una precisazione è obbligatoria. Ci sono molti differenti
modelli terapeutici di intervento nei gruppi, ma la
gruppoanalisi non è solo una tecnica di intervento, è anche una teoria della
mente. La mente vista da un gruppoanalista non è quella all’interno di ogni
singola testa, ma è quell’intreccio di connessioni che viene a crearsi in un
gruppo e che porta ad osservare un pensiero di gruppo,
comune a tutti i partecipanti e non attribuibile ad un solo pensatore. A
differenza della maggior parte delle correnti teoriche nate nell’ambito
individuale che si ripropongono in un contesto
allargato la propria teoria della mente ed i propri strumenti di intervento
(per questo definita psicoterapia in
gruppo, dove il gruppo diventa il
palcoscenico di molte terapia individuali), la gruppoanalisi prende come punto
di partenza il gruppo e sviluppa a partire da esso la propria teoria e tecnica.
Quando si denomina la psicoterapia come una forma di terapia di gruppo
si sta facendo riferimento all’idea che il terapeuta possa considerare il
gruppo intero come oggetto del suo intervento, infine se si parla di
psicoterapia mediante il gruppo allora è tutto il gruppo, terapeuta compreso, ad
essere parte attiva e destinatario del processo terapeutico.
Il primo a parlare in questi
termini fu Foulkes che definì analista come “primo
paziente del gruppo” e la psicoterapia gruppoanalitica,
come “una forma di psicoterapia praticata
dal gruppo nei confronti del gruppo, ivi incluso il suo conduttore” (Foulkes, 1976); il compito di quest’ultimo è quello di
consentire a questo processo di essere attivo, e agevolare lo sviluppo di una cultura
interpretativa alla quale i partecipanti aderiscono consciamente,
caratterizzata da una discussione liberamente fluttuante (ossia non canalizzata
su specifici argomenti, ma resa libera di spaziare tra
argomenti non linearmente collegati tra di loro) , mettendo a disposizione del
gruppo la sua conoscenza, la sua esperienza e la sua istruzione come persona. Nella
prospettiva gruppoanalitica, dunque, il conduttore
non ha un ruolo centrale nelle dinamiche gruppali ma è uno “strumento del
gruppo”.
Nella concezione di Foulkes
la vera e grande importanza del gruppo risiede nella sua attitudine a diminuire
la resistenza del paziente al processo terapeutico. E’ nel momento in cui il
paziente si rende conto che il suo non è un problema unico che egli perde il
bisogno di mantenere la segretezza e l’isolamento, ed
uscire dai vari tabu che si sono andati creando intorno al suo sintomo. La situazione gruppoanalitica
è da Foulkes descritta come un insieme di persone, in
genere otto, che periodicamente si incontrano in
presenza di un conduttore o terapeuta e che possono produrre e analizzare i
propri sintomi e i propri modi di interagire, allo scopo di giungere a una
risoluzione di conflitti e a forme di esistenza più adeguate e soddisfacenti,
per fare ciò va rispettato: il numero dei membri, la durata e la frequenza
delle sedute, il luogo del trattamento. Il fatto che il conduttore debba tenersi
sullo sfondo non presuppone passività, ma deve avere come obiettivo l’analisi
del gruppo e condurre lo stesso.
Foulkes introduce due concetti fondamentali, il primo è quello di rete,
il secondo di matrice.
“Considero il
paziente che mi sta di fronte come l’anello di una lunga catena, un punto
nodale in una rete di interazione, la quale è la vera
sede dei processi che portano tanto alla malattia che alla guarigione. Tutta la
psicologia diverrebbe così psicologia sociale e troverebbe nel gruppo il suo naturale
strumento terapeutico, confinando la psicoterapia individuale a scopi del tutto
particolari” (Foulkes,
1967)
La rete è formata da tutti quei collegamenti consci ed inconsci che vengono a crearsi tra gli individui, un
intreccio di relazioni che formano la trama della nostra vita e che ne sono il
sostegno ed anche il limite. In tutti i contesti
esistono delle reti, siano esse di natura affettiva, economica, comunicativa
ecc. Per fare degli esempi, la famiglia è una rete, cosi come lo è una comunità,
un’aggregazione religiosa, o lo staff di un ufficio.
Il cliente che manifesta un sintomo è, secondo questa concezione, un elemento
all’interno di questa lunga sequenza di relazioni; un nodo che si è formato
all’interno di questa rete e di cui è il prodotto. Ciascuna rete, a sua volta,
genera una matrice, ossia un insieme di pre-concezioni
consce ed inconsce di ciascun elemento rispetto agli
altri membri della rete e alla rete nella sua totalità. Per esemplificarla, la
matrice di una rete famigliare è l’insieme delle credenze, dei valori, del
retaggio culturale, degli aspetti sociali, affettivi e comportamentali che ogni
persona all’interno della famiglia attribuisce ad un
altro membro della stessa famiglia ed alla famiglia nel suo insieme. Se
pertanto concepiamo la possibilità che sia stata una specifica rete e la sua
relativa matrice a originare un elemento di disagio all’interno dell’individuo,
allora la specifica funzione terapeutica della gruppoanalisi è quella di creare una nuova rete che a sua volta generi una
nuova matrice (matrice dinamica) da contrappone alla matrice personale. La
situazione gruppale, costruita secondo questa teoria, costituisce un’esperienza
unica nel suo genere, proprio grazie alla possibilità di essere protetta da
regole che stabiliscono un confine ed una cornice al
lavoro. Il gruppo, se ben condotto, costruisce una nuova rete di relazioni,
dove l’altro diviene lentamente meno diverso, meno distante, meno estraneo e
più manifestazione di una propria parte di sé, nel quale è possibile
rispecchiarsi. Questo processo di rispecchiamento permette di guardare quelle
parti che solitamente ci sono talmente vicine da non
essere viste. Cosi lo descrisse un mio cliente “Io sono un prisma con molte
facce come le sei anche tu, a volte la mia faccia corrisponde esattamente alla
tua ed io riesco a rispecchiarmi in essa, altre volte mostro un’altra
sfaccettatura e sento di rispecchiarmi meglio in un altro membro del gruppo.” Alla fine tutti questi
riflessi costituiscono l’intero prisma, ossia quello che in sostanza si è nella
propria interezza. Il gruppo
gruppoanalitico genera una sua propria matrice, un
sistema di riferimento interno, una sua cultura di gruppo, una pensare di
gruppo. L’essere immersi in una nuova rete, con una nuova matrice, diversa da
quella disfunzionale che ha creato il disagio, diviene allora un’esperienza
“correttiva” e terapeutica.
Per concludere vorrei
sottolineare che i requisiti per essere adatti ad una psicoterapia gruppoanalitica sono quasi del tutto sovrapponibili a
quelli necessari per un trattamento dinamico individuale (tra cui ricordo: una
forte motivazione, la capacità di reggere le frustrazioni, la capacità di insight, intelligenza nella media) ma i tempi sono spesso
molto più ridotti di un percorso psicoanalitico.
S.H.Foulkes (1976) La psicoterapia gruppoanalitica,
Astrolabio, Roma
S.H.Foulkes (1967) Analisi terapeutica di gruppo, Boringhieri,
Torino
Dott. Alessandro Monno