Ansia e attacchi di panico: alcune considerazioni

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Ansia e attacchi di panico: alcune considerazioni 2016-10-13T18:04:45+00:00

L’ansia come aspetto funzionale

 L’ansia, insieme alla depressione, è probabilmente il disturbo attualmente più diffuso nella popolazione del mondo occidentale. Ma è sempre lecito parlare di disturbo? In realtà quella che chiamiamo ansia è quell’insieme di reazioni fisiologiche, emotive, cognitive e comportamentali che sono una potente componente adattiva dell’organismo all’ambiente esterno.

 Nel momento in cui percepiamo un pericolo (componente cognitiva: valutiamo la presenza di una minaccia imminente), proviamo paura (componente emotiva), il sistema simpatico si attiva (componente fisiologica) e prepara il corpo alla modalità di attacco e fuga, un meccanismo difensivo sviluppato in ogni specie animale, aumenta cosi l’afflusso di sangue ai muscoli, il cuore inizia a battere più forte e più veloce, le vene si contraggono ed aumenta la pressione sanguigna,  i bronchi si dilatano ed aumenta anche l’ossigenazione, contemporaneamente viene rallentata la digestione, gli sfinteri si contraggono (componente fisiologica o somatica), il corpo ora è pronto a colpire o a scappare (componente comportamentale).  

 

grafico sistema nervoso

 

Molteplici studi hanno inoltre rivelato come l’ansia sia strettamente collegata alla qualità delle prestazioni, poiché un buon livello di ansia permette di restare concentrati, attivi, svegli, e quindi, in molte circostanze, di dare il massimo in quello che stiamo facendo. Nella descrizione appena fatta, si noterà, non c’è alcun elemento anomalo, nessuna patologia, nessun disturbo, ma la semplice descrizione di un fenomeno di cui ognuno di noi ha fatto esperienza molteplici volte. 

L’ansia come aspetto disfunzionale

Ma chi soffre di disturbi d’ansia (nella cui categoria entrano: ansia generalizzata, attacchi di panico, disturbo post-traumatico da stress, fobie, disturbo ossessivo-compulsivo) racconta in modo del tutto diverso le trasformazioni corporee e le sensazioni che sperimenta. Tutte le caratteristiche tipiche dell’attivazione simpatica diventano sintomi fastidiosi che impediscono una conduzione “normale” della propria vita: respiro rapido, palpitazioni, vertigini, nausea, cefalea, sudorazione, bocca secca, nodo alla gola, dolori muscolari, oppressione toracica o gastrica, sensazioni di sbandamento, confusione, vampate di calore o brividi di freddo, affanno. Il disturbo d’ansia è quindi l’attivazione della modalità attacco e fuga di fronte ad un pericolo o enormemente sopravalutato o che non si trova effettivamente nel presente, ma può essere esistito nel passato (ad esempio un grosso trauma come nel disturbo post-traumatico) o si pensa possa esserci nel futuro (la cosiddetta ansia anticipatoria). L’ansia spesso non ha origine nel presente, è pertanto molto difficile, se non impossibile, riconoscere cosa provoca questa fastidiosa sensazione nella situazione che stiamo vivendo.

 Tornando sul rapporto tra ansia e prestazione, troppa ansia deteriora enormemente i propri risultati, pertanto chi soffre di un’ansia “fuori scala”si ritrova spesso a vivere al di sotto delle proprie capacità, perché nei momenti più importanti si è di fatto autosabotato. L’ansia va quindi considerata come un’emozione come le altre, di per sé né positiva né negativa. La differenza tra un’ansia funzionale ed una disfunzionale è la quantità e la congruenza con il contesto in cui si manifesta: avere un po’ d’ansia prima di un esame è normale e proficua, averne talmente tanta da decidere di non andarlo a fare  diventa paralizzante e controproducente.

 Rapporto tra ansia, depressione, attacchi di panico

La paura è molto simile all’ansia, ma mentre la prima ha un oggetto (ho paura di X), la seconda è senza oggetto (mi sento in pericolo, ma non so da cosa devo difendermi). Spesso chi soffre d’ansia sperimenta anche attacchi di panico, che sono il picco massimo dell’espressione dei sintomi di cui abbiamo già parlato. L’attacco di panico è un’esperienza spiacevole e terrificante dove si sperimenta una completa perdita di controllo delle proprie emozioni: si ha paura, si crede di impazzire o di star per avere un infarto. Molte persone si recano al pronto soccorso in preda o in seguito ad un attacco di panico, ma purtroppo, talvolta i medici non sono addestrati a riconoscere le manifestazioni psicosomatiche e colludono con la richiesta degli stessi pazienti di maggiori esami fisici, parcellizzando e scomponendo il quadro sintomatico in una serie di elementi distinti. Cosi la tachicardia diviene un problema cardiaco, il respiro affannoso un problema polmonare, la sudorazione un problema endocrinologico, la digestione difficoltosa un problema gastrointerinale, la cefalea un problema neurologico ecc. Molti soldi, sia pubblici sia privati, e molto tempo, sono quindi spesi alla ricerca di un qualche male che spieghi il proprio disagio, e nel mentre, l’ansia di avere qualcosa che non si riesce a scoprire aumenta, peggiorando lo stato generale ed allontanando la soluzione. In realtà, per quanto molto spiacevole, non esistono conseguenze fisiche degli attacchi di panico anche quando protratti nel tempo. Il peggior danno risulta essere invece quello psicologico, poiché la sensazione di impotenza e di mancanza di autocontrollo che questo evento lascia, è in grado di cambiare gravemente non solo il tono dell’umore, ma lo stile di conduzione della propria vita. Esiste, infatti, una correlazione tra ansia e depressione. Spesso i due disturbi si presentano contemporaneamente ed in modo indipendente, ma in alcuni casi persone che per molto tempo soffrono di ansia e di attacchi di panico sviluppano a un senso di angoscia verso la propria vita che può sconfinare in una vera e propria depressione. Allo stesso tempo persone a lungo depresse, sviluppano una percezione di pericolo verso la propria vita e verso i propri pensieri distruttivi che può portare a stati ansiosi ed ad attacchi di panico. Molti psichiatri, in caso di depressione, di ansia e di attacchi di panico, suggeriscono cure farmacologiche che sono una combinazione di ansiolitici e antidepressivi. I farmaci agiscono sui sintomi e tendono a diminuire il loro impatto sulla qualità di vita dei pazienti, pertanto il loro utilizzo risulta essere spesso molto importante, soprattutto nei casi più gravi. Su un piano psicologico però è fondamentale distinguere i casi in cui un disturbo è la conseguenza dell’altro ed orientare la terapia di conseguenza. In altri termini, focalizzare un lavoro terapeutico di una persona depressa che ha sviluppato sintomi d’ansia sulle modalità di gestione di quest’ultima, avrà un beneficio, ma non risolverà i problemi alla base del disturbo, cosi come, al contrario, focalizzarsi sul sentimento di abbandono/rabbia/tristezza di una persona ansiosa che manifesta sintomi depressivi, come un basso tono dell’umore o pensieri di morte, senza intaccare i suoi comportamenti evitanti ed i suoi conflitti interni, migliorerà il tono dell’umore, ma non avrà un reale impatto nel miglioramento della sua qualità di vita.  

Teorie sull’ansia

Mi sono fin qui limitato a descrivere gli aspetti fenomelogici dell’ansia, ossia quali manifestazioni comporta e quali sono le più frequenti conseguenze, vorrei invece ora dare qualche informazione rispetto all’eziopatogenesi, ossia quali sono le cause che rendono un meccanismo che nasce adattivo, disfunzionale. Lo scopo di questo articolo non è quello di mettere a confronto ogni possibile teoria in modo sistematico, mi limiterò quindi a citare le principali teorie biologiche, cognitive e psicodinamiche.

Molti studi collegano l’ansia a meccanismi biologici, ed ovviamente la cosa non sorprende considerando che una parte di quello che chiamiamo ansia è costituita da un processo fisiologico. Gabbard (Gabbard, 2000), riporta alcune ricerche le quali suggeriscono che alterazioni del funzionamento biologico cerebrale siano responsabili di specifici disturbi d’ansia o che alla base di essi ci sia una versione più corta del gene coinvolto nel trasporto della serotonina. Sembra che quasi il 70% degli individui portatori della versione più corta di questo gene siano più ansiosi di quelli che posseggono la versione più lunga dello stesso gene. Esistono anche evidenze di una familiarità del disturbo d’ansia. Infatti, la percentuale di concordanza per certi disturbi d’ansia sono più elevate nei gemelli monozigoti che in quelli dizigoti. Si noti bene che se la genetica fosse l’unica responsabile del meccanismo dell’ansia patologica, la concordanza tra i gemelli monozigoti e tra i possessori del gene corto dovrebbe essere del 100%, ma cosi non è. Inoltre si potrebbe obiettare che famiglie in cui le figure di riferimento sono particolarmente ansiose possono, con il loro esempio, insegnare un modo “ansioso” di affrontare la vita, o con le loro continue preoccupazioni verso i figli dargli l’idea che non solo il mondo è pericoloso, ma che loro non sono in grado di fronteggiarlo da soli. Ridurre la complessità delle variabili legate all’ansia al solo elemento biologico tende anche a non distinguere più quello che è un processo adattivo (la capacità di prevedere i problemi, fa spesso emergere soluzioni creative) da quello che è un aspetto patologico (la paralisi di fronte al pensiero di una azione).

Un’altra spiegazione arriva dalle teorie sviluppate dagli esponenti della psicologia cognitiva-comportamentale. L’ansia è la reazione dell’organismo che si avverte quando ci sentiamo in pericolo, pertanto ogni volta che pensiamo ad una situazione pericolosa, non solo la nostra mente, ma tutto il nostro corpo si prepara all’azione. Tuttavia, in preda all’ ansia, inizio a pensare a pericoli che possono verificarsi e che credo di non essere in grado di fronteggiare cosicché le mie reazioni di paura e di ansia sono congruenti (immagino situazioni che mi terrorizzano e giustamente provo paura), ma il pensiero associato alla situazione spesso non lo è, perché immagino scenari che si verificano raramente. Immaginiamo, ad esempio, di volerci mettere alla guida e cominciare a pensare “la guida determina molti incidenti, spesso mortali, ed io non sono abbastanza bravo/a da poterli evitare. Una volta ho tamponato una macchina. Se prendo l’auto mi succederà qualcosa di male, ma devo per forza andare a lavoro, come faccio? Se non arrivo in tempo verrò licenziato e non posso permettermelo, andrò sul lastrico ecc.”, il risultato è spesso che questo tipo di ragionamento porta effettivamente ad un aumento eccessivo dell’ansia e ad una scarsa capacità di concentrazione che è l’effettiva causa di molti incidenti stradali. Questo è un fenomeno noto come profezia che si autoavvera (Merton,1971). La situazione peggiora nel momento in cui sono consapevole di essere ansioso e non mi preoccupo più, riutilizzando l’esempio di prima, di avere un incidente d’auto, ma di avere un attacco di panico mentre guido, ed ovviamente, la paura di aver paura mi porterà a vivere in una spirale emotiva sempre più avvolgente aumentando notevolmente la possibilità di andare nel panico. Ma nel ragionamento di prima ci sono almeno quattro errori di pensiero (Galassi, La Mela, Lucarelli, 1999):

 

1.     Esagerazione: l’idea che ogni incidente d’auto sia mortale o che capiti cosi frequentemente è una chiara esagerazione dei dati a disposizione sulla casistica degli incidenti

 

2.     Catastrofismo: le cose possono anche andare male, ma le persone ansiose spesso non pensano semplicemente ad un risultato negativo, ma al peggior risultato ottenibile. Se arrivo in ritardo a lavoro forse verrò richiamato alla puntualità, difficilmente verrò licenziato in tronco.

 

3.     Generalizzazione eccessiva: un’esperienza negativa non genera una legge universale applicabile in ogni momento ed in ogni contesto. Se ho tamponato un’auto non significa che io non sia in grado di guidare o che sono un “tamponatore seriale”.

 

4.     Ignorare il positivo: Spesso l’ansia rende ciechi verso i risultati positivi e le proprie capacità. Se in 15 anni di guida ho avuto un solo incidente, vuol dire che nella stragrande maggioranza delle volte che mi sono messo in auto sono stato all’altezza del compito.

In conclusione la teoria cognitiva vede nell’ansia un errore di pensiero, un cortocircuito tra ciò che si pensa e ciò che si prova, pertanto la terapia cognitiva-comportamentale si concentra nell’esaminare e scardinare queste idee di riferimento disfunzionali ed ad insegnare i comportamenti che possono bloccare il circuito dell’ansia:  per questo approccio terapeutico è l’ esperienza di essere capaci di affrontare le situazioni che ci fanno paura che ne diminuisce l’impatto  e disinnesca il circolo vizioso tra pensiero ed emozione.

Le teorie psicodinamiche individuano invece nell’ansia il segnale di un conflitto interno tra la coscienza e inconscio. Desideri o pensieri censurati e rimossi dalla coscienza perché ritenuti incompatibili con il proprio senso della morale e dell’etica, perdono il proprio oggetto (non sono più canalizzati verso un obiettivo e non sono più riconoscibili dalla coscienza), ma non la propria carica energetica che trova un nuovo canale di fuoriuscita attraverso i sintomi ansiosi. Freud nel 1925 ne parlava nei termini di un conflitto dell’Io (la funzione organizzatrice della coscienza) che camuffa e rimuove i desideri sessuali o aggressivi provenienti dall’ Es (la parte più istintuale dell’inconscio), per timore di una punizione da parte del SuperIo (la propria giuria interna che giudica e censura). Inoltre, secondo Freud, ogni periodo evolutivo produce una paura caratteristica di quella fase e basandosi sulle sue intuizioni e quelle di successivi psicoanalisti, è stato possibile elaborare una “gerarchia evolutiva dell’ansia” (Gabbard, 2000:244). Da livello più maturo a quello più primitivo ci sono:

·        l’ansia superegoica (derivante dal SuperIo, è quella percezione che qualcosa nel proprio comportamento non rispetta uno standard interno di adeguatezza morale)

·        l’ansia di castrazione (nella fase edipica, la paura di ricevere un danno ai genitali, e per estensione qualunque altra forma di lesione fisica, per mano di una figura genitoriale vendicativa. Tale paura non deve essere presa solo letteralmente, ma anche simbolicamente, come la paura di incorrere in disapprovazione nel momento in cui ci si mette sullo stesso livello, o superiore, delle proprie figure di accudimento)

·        paura di perdere l’amore (nella fase pre-edipica, timore di perdere l’amore e l’affetto delle figure significative)

·        ansia di separazione (nella fase pre-edipica, il timore di perdere non solo l’affetto, ma fisicamente il proprio oggetto d’amore perché scompare o muore)

·        angoscia persecutoria (è una forma molto primitiva in cui si teme che elementi pericolosi e dannosi potranno invadere la propria coscienza sia dall’esterno che dall’interno)

·        angoscia di disintegrazione (paura di perdere i propri confini interni ed il proprio senso di Sé, sia perché fusi con un altro oggetto, sia perché non riconosciuti dagli altri)

In conclusione, per gli esponenti delle teorie di stampo psicodinamico, l’ansia è un segnale/sintomo di un conflitto interno, compare nel momento in cui un desiderio, un’emozione, o un sentimento, è censurato e rimosso dalla coscienza; l’energia psichica e biologica legata a tale impulso non viene distrutta, ma si manifesta sotto forma di sintomo ansioso nel quale, però, si è perso il collegamento tra emozione ed oggetto verso cui è rivolta, rendendo del tutto inconsapevole, chi soffre d’ansia, del motivo profondo per il quale la sperimenta.   

Considerazioni conclusive su ansia ed attacchi di panico

Chiamiamo ansia una serie di segnali fisiologici ed emotivi che producono ed allo stesso tempo sono alimentati da pensieri e comportamenti specifici. L’ansia è un processo adattivo ai pericoli dell’ambiente, la capacità di prevederli e poter programmare in anticipo come affrontarli ha dato un vantaggio evolutivo alle specie animali, svolge quindi una funzione fondamentale per la sopravvivenza e non deve quindi essere considerata solo un disturbo o una patologia. Non è il meccanismo dell’ansia ad essere patologico, ma lo diventa quando l’ansia supera un livello, per ogni persona diverso ed individuale, che lo rende disfunzionale e controproducente. L’ansia è correlata con gli attacchi di panico e la depressione, ma anche con la bassa autostima, le difficoltà relazionali, le fobie, alcuni disturbi sessuali, alcuni disturbi intestinali ecc, non va quindi sottovalutato l’impatto che essa genera sul benessere psicofisico generale. Non ha alcuna correlazione con l’intelligenza, ma ne ha con la performance: una forte ansia può rendere incapaci di svolgere mansioni molto semplici, facendoci sentire stupidi pur non essendolo. Le principali teorie sull’ansia patologica la vedono causata da aspetti genetici o alterazioni fisiologiche (modello biologico), da errori di pensiero (modello cognitivo) o da conflitti interni non risolti (modello psicodinamico). Francamente non vedo il perché questi modelli debbano escludersi tra di loro, ritengo anzi che esista, in ogni modello preso singolarmente, il rischio di un’eccessiva semplificazione di un fenomeno psicosomatico molto complesso. Sono propenso a pensare, ad esempio, che individui che hanno una predisposizione genetica e che vivono in un particolare contesto sociale, familiare e ambientale, possano essere incapaci di far fronte in modo adeguato ai propri conflitti interni, sviluppando quindi i sintomi dell’ansia, e che in seguito, nel tentativo di gestirli, producano idee e teorie infondate su se stessi e sul mondo circostante, mettendo in atto comportamenti evitanti che alimentano maggiormente il disturbo.

Nella pratica clinica ho più volte visto persone particolarmente consapevoli su un piano cognitivo dei loro processi ansiosi e dei loro errori di pensiero, con i quali un approccio puramente cognitivo sarebbe stato infruttuoso, ma affatto consapevoli del proprio piano emotivo conflittuale, o al contrario persone capaci di grande profondità introspettiva ed onestà emotiva, con i quali ogni interpretazione psicodinamica sembrava superflua, ma bloccati in una spirale cognitiva e comportamentale che non riuscivano a vedere dalla loro prospettiva. Inoltre, in alcuni casi, un aiuto farmacologico per stemperare dei sintomi troppi invadenti è stato fondamentale per poter iniziare un lavoro alla ricerca delle cause del problema, in altri, l’errata attribuzione di ogni miglioramento al farmaco ha alimentato una maggiore insicurezza e senso di impotenza, risultando quindi del tutto controproducente su un piano psicologico. Nel campo della salute e del benessere mentale, è, a mio parere, semplicistico e riduzionistico non prendersi cura dell’intera persona, ma solo del singolo sintomo o disturbo. “Curare chirurgicamente” l’ansia, ossia focalizzare la psicoterapia solo sull’abbattimento del sintomo, è un’operazione che può riuscire, ma che non tiene conto dei problemi sottacenti il disturbo e dei conflitti che lo hanno generato. Ciò nonostante capisco le ragioni di chi per mancanza di tempo, capacità introspettive e/o cognitive, motivazione, soldi ecc. decide di voler essere aiutato solo in un breve percorso focalizzato alla gestione dell’ansia, senza voler mettere in gioco altri aspetti di sé; capisco, ma preferisco una scelta che porta ad una soluzione parziale e non ad una crescita personale.   

Ritengo che tutte le teorie di riferimento abbiano in comune un elemento: il controllo. Che l’ansia sia dovuta ad un aumento esponenziale della funzione di vigilanza che ci avverte di un pericolo imminente (controllo ambientale e fisiologico), o che sia dovuta ad un tentativo cognitivo di prevedere ogni possibile conseguenza delle proprie azioni (controllo cognitivo e comportamentale) o infine che sia dovuta al nostro tentativo inconscio di evitare alcuni sentimenti ed emozioni (controllo emotivo), di fatto il risultato è che l’eccessivo tentativo di controllo si traduce nella perdita di controllo (di cui gli attacchi di panico sono un evidente contrappasso). Un primo passo per abbassare il livello di ansia è quindi quello di accettare l’idea di non essere onnipotenti, che le cose il più delle volte non sono sotto il nostro controllo e che la flessibilità, e non la rigidità, è la nostra migliore arma di difesa e risoluzione.

Per approfondire :

Potete vedere il video

Potete ascoltare la trasmissione radiofonica

 

Bibliografia consultata

Galassi, La Mela, Lucarelli (1999) “La libertà imprigionata”  http://ctcc.altervista.org/manuale.doc

Gabbard (2000) “Psichiatria psicodinamica”, Raffaello Cortina Editore, Milano

Freud (1925), “Inibizione, sintomo e angoscia”, OSF, vol 10

Ruggieri (1995) “Mente, corpo, malattia”, Il pensiero Scientifico Editore, Roma  

Merton (1971), “La profezia che si autoavvera”, in Teoria e Struttura Sociale, vol. II, Bologna, Il Mulino

 

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